Rivista internazionale di letteratura

Sulla traduzione

Le poesie non sono scritte per essere lette, come i romanzi.
Una poesia è fatta per essere letta e riletta. È fatta per viverci assieme. Pretende di attraversarci la mente finché la mente non la recita come fosse un ricordo infantile.
Le poesie ci sfidano di continuo. Vogliono confondersi con la nostra voce, e forse per questo, senza nemmeno averci provato, qualche volta scopriamo di sapere a memoria intere strofe di poesie con cui abbiamo trascorso del tempo, ma di cui non sospettavamo di ricordare la lettera.
In questo la poesia assomiglia alla musica. Memorizziamo un’aria d’opera anche senza volerlo, così come possiamo essere di continuo sorpresi, senza un motivo, dal ricordo di una melodia.
Un verso è una frase che provoca in noi meraviglia e mutamento. Un abracadabra. Una formula magica che vivifica quel che tocca e nomina. Una poesia esiste perché qualcuno che ha sentito qualcosa fortemente non è riuscito a trattenersi dal parlare.
Il guaio è che bisogna tradurla. Perché è sempre stata tradotta. Dovunque, da millenni.
Perché siamo sempre stati avidi di formule magiche, di nuovi abracadabra.
Tradurre è un atto d’amore, e l’amore ha ben poco a che fare con il calcolo, la considerazione delle opportunità, il rispetto delle forme. L’amore ha molto a che fare con l’attesa dell’alba, col miracolo che scaccia la tenebra, che strappa le dita del buio dalle gronde delle case, dalle foglie dei rami; ha molto a che fare con la pietà verso la morte dei pochi che si batterono contro molti, con la gratitudine per la luce del giorno e la frescura della notte estiva.
C’è un mormorio segreto che attraversa le cose del mondo. Ogni poeta sa di far parte di quel mormorio. Il bambino che si perde nel bosco conosce quella promessa di fauci feroci. È un mormorio indicibile con cui l’io si confonde. E proprio lì, nel reame dell’indicibile, giace il seme della lirica. Perché tradurre è anche un gesto religioso, è la consegna di un messaggio cifrato. Niente è più intraducibile di un abracadabra, e niente più dell’intraducibile esige l’impossibile traduzione.  
Ogni traduzione felice non può essere che un’imitazione. Bisogna tradurre con gli occhi chiusi, come antichi indovini. Perché tradurre è divinare su cose destinate a restare sconosciute.
La poesia - anche quando ci costringe all’amarezza - è un inno all’esistere, sempre: il tentativo del linguaggio di sottrarre le foglie al loro destino. Ombre sacre attraversano il mondo. Il loro respiro ci sorprende, minaccia, lusinga.  A quel respiro dobbiamo fedeltà. Assoluta.

Andrea Molesini

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